Ho una sola cosa da dire.

Splinder ha chiuso quindi ho spostato il blog qui.

Ma non ho intenzione di continuarlo.

Per cui, se deciderò di tornare a scrivere su un blog, lo farò aprendone un altro.

Baci a tutti.

Immense distese, mari di seta. Una piana scintilla di fiori a forma di croce. Giace un fanciullo nudo, in mezzo a una corona di farfalle. Si muove, respira, si mette a sedere: sembra una conchiglia avvolta in se stessa, una spirale di occhi e diamanti, di occhi di amanti. Il fanciullo si guarda attorno, spaesato, confuso: non sa chi è, com’è finito lì, dov’è diretto. Poi mi vede, mi punta contro l’indice e una farfalla gli si posa sull’unghia: mi assale un senso di smarrimento.
Lo scenario cambia: le farfalle divengono sassi, i fiori mutano in ghiaccio e il fanciullo invecchia, d’improvviso, mentre uno stormo di corvi si scaglia dall’alto per dilaniarlo. Le sue carni sono lacerate, viscere e sangue schizzano via  da quel letto rubino: io non posso far altro che assistere.
Lo stormo si libra in volo, vedove nere con piume di piombo, e al posto di quel carnaio s’erge uno specchio ritto, uno specchio che mi riflette da lontano.
Mi avvicino, per studiarne la superficie, ed essa emana calore: sto camminando verso una fornace ardente. I ghiacci si sciolgono e dal cielo piovono carcasse di animali; davanti a me riconosco un coniglio bianco, inerte, col collo spezzato. Sono a pochi passi dallo specchio e m’accorgo che il mio riflesso è distorto: cammino al contrario, sotto sopra, coi piedi al cielo. Il coniglio intanto si solleva sulle piccole zampe e barcolla verso di me, trascinando la testa in una posizione innaturale.
«Sei quel che sei» dice il coniglio, con voce ferma, quasi rassicurante, in totale contrasto con ciò che vedevo; «sei quel che sei, un castello di carte».
Lo scenario cambia ancora: ovunque mi giri è bianco, null’altro che bianco a parte lo specchio; ora riflette l’interno di una stanza, una soffitta con una stretta finestra da cui filtra un raggio di sole. Non avverto più quel calore e mi avvicino ancora un po’. Il fascio di luce colpisce la fronte di una donna, addormentata su una sedia a dondolo: fra le sue mani un ricamo a maglia al cui filo è attaccato un cuore umano che pulsa. Un gatto grigio ci gioca.
Provo a toccare la superficie dello specchio e la riscopro soffice, come gommapiuma: a quel contatto la donna si sveglia, di soprassalto, e mi fissa con occhi terrorizzati. Il gatto non c’è più. Il cuore nemmeno.
Io e la donna ci guardiamo: sono quasi certo che lei non riesca a vedermi ma sa che sono lì, che c’è qualcosa, qualcuno che la osserva: si alza lentamente, cauta, o forse stanca, portandosi appresso una gamba di legno malandata e cosparsa di graffi di gatto. Finalmente siamo faccia a faccia, lei scruta un punto imprecisato sotto il mio mento e prende a fare dei versi aspri, come a chiamare il suo gatto: una fitta lancinante al petto e dalla mia cassa toracica salta fuori il felino, verso lo specchio, col mio cuore tra le fauci.
Non faccio in tempo a riacciuffarlo che quello si tuffa in braccio alla donna, e scompare in un pozzo nero.
Mi sento venir meno, ma solo per un attimo: mi ritrovo subito presso la sponda di un fiume ai piedi di una cascata. L’acqua che cade emette suoni a intermittenza, un rumore simile a quello di un televisore sintonizzato male; lo squarcio sul torace non c’è più. Provo a immergere un piede nel fiume, sono scalzo, e la mia pelle si dissolve scoprendo i muscoli, le vene, le arterie, i tendini, infine le ossa: una colonna di schiuma si arrampica sulla mia gamba fino al mio sesso, lo corrode, ma non provo alcun dolore.
Poi, due braccia color bronzo mi avvolgono, qualcuno alle mie spalle mi cinge l’addome; mi volto, ma come Orfeo non vedo che un fitto silenzio, rotto solo dal pulsare del mio desiderio.
«Sei quel che sei» mormora la cascata e mi giro nuovamente, in cerca della sua bocca: una fessura si è aperta in mezzo a quei capelli d’acqua. «Sei quel che sei, un violino scordato che nessuno suona».
Sorrido amaramente assaporando l’addio di ogni nome, di ogni volto, di ogni mistero che ho contemplato: la schiuma corrosiva ha ormai raggiunto le mie clavicole. Guardo il cielo terso, turchese, così atrocemente perfetto: non sento niente, non sento più niente, non voglio sentire niente. Mi culla un vento dorato, mi ricopre d’un manto sottile; riflessi iridati mi colano dagli occhi.
E infine una voce, la mia, mi sussurra alle orecchie parole mai pronunciate prima: ora so chi sono, ora so dove sono, ora so dove sono diretto.

Se solo tu sapessi quanto ho aspettato per trovare te.
È che non capisco mai dove sbaglio, cosa mi manca, cosa c'è che non va in me, me lo chiedo da sempre, c'è sempre una perdita, qualcosa che si spezza, un abbandono, una fuga, un addio, si resta sempre soli la notte, dormo sempre solo, sono sempre, sempre, sempre solo. Forse ho un marchio, una maledizione, qualcosa che mi rende ferocemente instabile, non posso stare con nessuno, forse, non posso, forse non sarei un buon amante, forse nessuno vorrebbe mai essere amato da me, forse è giusto così, non vorrei far addentrare nessuno in questo cimitero che ho nel petto.
Mi sento così stupido…
 
Ti ho stretto tante volte nella mia testa, perché nella mia testa è tutto così perfetto, così bello, così rassicurante, e invece fuori non c'è niente, solo terra bruciata, deserto.
Mi passerà, starò meglio, sarò più bello, un giorno, smetterò di non essere abbastanza, almeno per qualcuno, almeno per una persona, almeno per una persona sarò perfetto, sarò l'ideale, e quella persona lo sarà per me, non vorrò nulla di meglio, ma adesso è atroce, adesso è troppo difficile, non c'è niente, solo briciole, reliquie, è terrificante vivere così, è terribile provare tante cose e vederle precipitare nel vuoto senza poter fare niente, io ho tanto da dare, perché nessuno cerca rifugio presso di me? Mi implode tutto dentro, non sento più niente, e poi sento di nuovo tutto, risale tutto come un rigurgito da un covo di serpenti che dormono, io non lo so perché accade tutto questo, perché non posso essere felice anche io con qualcuno, per una volta.
 
Eri la mia bellissima spiaggia blu.
Ora l'unica cosa che posso fare è cancellare il tuo volto dal mio cuscino e dargli un altro nome.
Sì, ci rincontreremo, quando tornerai, quando avrai tempo.
Mi dispiace così tanto. Ti desideravo così tanto.
Ma certe cose vanno così e basta.
Vorrei abbracciarti forte, se solo non temessi di spezzarti le ossa o di sentirti scivolare via.
Ora mi sento più libero di parlarti. Ti ho già perso, non posso perderti di nuovo, qualunque cosa ti dica. Prima invece avevo paura di dirti qualsiasi cosa, avevo paura di dire troppo, o troppo poco. Mi viene da piangere.
Sono contento che mi consideri così simile a te. Se io ti vedo bello, allora forse sono bello anche io, di quella stessa tua bellezza, anche se stento a crederlo.
Non vedo l'ora di rincontrarti. Spero di farcela. Non ti voglio trascinare giù, non ti voglio trascinare da nessuna parte, ti voglio solo sollevare e portare con me sulle spalle, sulla testa, fra le braccia, sul cuore, su tante cose che a me non servono.
Se ti dà fastidio che ti scriva queste cose, dimmelo. Sono assai egoista, non mi accorgo quando esagero. Ma te l'ho detto dalla prima volta, mi piace scriverti, mi piace così tanto, sono così contento di averti conosciuto.
Tienimi con te, ancora un po', e non sparire, non sparire come hanno fatto tutti gli altri.
 
Ho perso tutto il blu del mondo ma ora che posso sognarti senza temere che il tempo ci rubi il futuro, metto la sveglia al tramonto e dico addio al mattino.
 

E anche quest'anno è finita.
La prima dello spettacolo è stata un successo, la replica un po' meno, ma io sono contento comunque.
E credo di aver compreso una nuova cosa.
Fare teatro mi diverte ma non è qualcosa che vorrei fare per tirare avanti, almeno per quanto riguarda la recitazione. Indubbiamente mi aiuta in tante cose e non smetterò di fare teatro, ma continuerò a farlo senza alcuna pretesa quando mi capiterà l'occasione.
Detto ciò, credo di essermi innamorato. Di Sufjan Stevens.