Ho una sola cosa da dire.
Splinder ha chiuso quindi ho spostato il blog qui.
Ma non ho intenzione di continuarlo.
Per cui, se deciderò di tornare a scrivere su un blog, lo farò aprendone un altro.
Baci a tutti.
Ho una sola cosa da dire.
Splinder ha chiuso quindi ho spostato il blog qui.
Ma non ho intenzione di continuarlo.
Per cui, se deciderò di tornare a scrivere su un blog, lo farò aprendone un altro.
Baci a tutti.
Ciao.
Lo so, lo so, lo so, avrei tanto da dire ma mi secca. Forse più in là. Intanto, un paio di cosette che ho realizzato ultimamente.
http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F24086739
Verklempt
http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F23996549
The meaning of goodbye
Un piccolo dono per il mio Piccolo Giglio.
Everything you are
Is everything we have
You're the only good thing.
Immense distese, mari di seta. Una piana scintilla di fiori a forma di croce. Giace un fanciullo nudo, in mezzo a una corona di farfalle. Si muove, respira, si mette a sedere: sembra una conchiglia avvolta in se stessa, una spirale di occhi e diamanti, di occhi di amanti. Il fanciullo si guarda attorno, spaesato, confuso: non sa chi è, com’è finito lì, dov’è diretto. Poi mi vede, mi punta contro l’indice e una farfalla gli si posa sull’unghia: mi assale un senso di smarrimento.
Lo scenario cambia: le farfalle divengono sassi, i fiori mutano in ghiaccio e il fanciullo invecchia, d’improvviso, mentre uno stormo di corvi si scaglia dall’alto per dilaniarlo. Le sue carni sono lacerate, viscere e sangue schizzano via da quel letto rubino: io non posso far altro che assistere.
Lo stormo si libra in volo, vedove nere con piume di piombo, e al posto di quel carnaio s’erge uno specchio ritto, uno specchio che mi riflette da lontano.
Mi avvicino, per studiarne la superficie, ed essa emana calore: sto camminando verso una fornace ardente. I ghiacci si sciolgono e dal cielo piovono carcasse di animali; davanti a me riconosco un coniglio bianco, inerte, col collo spezzato. Sono a pochi passi dallo specchio e m’accorgo che il mio riflesso è distorto: cammino al contrario, sotto sopra, coi piedi al cielo. Il coniglio intanto si solleva sulle piccole zampe e barcolla verso di me, trascinando la testa in una posizione innaturale.
«Sei quel che sei» dice il coniglio, con voce ferma, quasi rassicurante, in totale contrasto con ciò che vedevo; «sei quel che sei, un castello di carte».
Lo scenario cambia ancora: ovunque mi giri è bianco, null’altro che bianco a parte lo specchio; ora riflette l’interno di una stanza, una soffitta con una stretta finestra da cui filtra un raggio di sole. Non avverto più quel calore e mi avvicino ancora un po’. Il fascio di luce colpisce la fronte di una donna, addormentata su una sedia a dondolo: fra le sue mani un ricamo a maglia al cui filo è attaccato un cuore umano che pulsa. Un gatto grigio ci gioca.
Provo a toccare la superficie dello specchio e la riscopro soffice, come gommapiuma: a quel contatto la donna si sveglia, di soprassalto, e mi fissa con occhi terrorizzati. Il gatto non c’è più. Il cuore nemmeno.
Io e la donna ci guardiamo: sono quasi certo che lei non riesca a vedermi ma sa che sono lì, che c’è qualcosa, qualcuno che la osserva: si alza lentamente, cauta, o forse stanca, portandosi appresso una gamba di legno malandata e cosparsa di graffi di gatto. Finalmente siamo faccia a faccia, lei scruta un punto imprecisato sotto il mio mento e prende a fare dei versi aspri, come a chiamare il suo gatto: una fitta lancinante al petto e dalla mia cassa toracica salta fuori il felino, verso lo specchio, col mio cuore tra le fauci.
Non faccio in tempo a riacciuffarlo che quello si tuffa in braccio alla donna, e scompare in un pozzo nero.
Mi sento venir meno, ma solo per un attimo: mi ritrovo subito presso la sponda di un fiume ai piedi di una cascata. L’acqua che cade emette suoni a intermittenza, un rumore simile a quello di un televisore sintonizzato male; lo squarcio sul torace non c’è più. Provo a immergere un piede nel fiume, sono scalzo, e la mia pelle si dissolve scoprendo i muscoli, le vene, le arterie, i tendini, infine le ossa: una colonna di schiuma si arrampica sulla mia gamba fino al mio sesso, lo corrode, ma non provo alcun dolore.
Poi, due braccia color bronzo mi avvolgono, qualcuno alle mie spalle mi cinge l’addome; mi volto, ma come Orfeo non vedo che un fitto silenzio, rotto solo dal pulsare del mio desiderio.
«Sei quel che sei» mormora la cascata e mi giro nuovamente, in cerca della sua bocca: una fessura si è aperta in mezzo a quei capelli d’acqua. «Sei quel che sei, un violino scordato che nessuno suona».
Sorrido amaramente assaporando l’addio di ogni nome, di ogni volto, di ogni mistero che ho contemplato: la schiuma corrosiva ha ormai raggiunto le mie clavicole. Guardo il cielo terso, turchese, così atrocemente perfetto: non sento niente, non sento più niente, non voglio sentire niente. Mi culla un vento dorato, mi ricopre d’un manto sottile; riflessi iridati mi colano dagli occhi.
E infine una voce, la mia, mi sussurra alle orecchie parole mai pronunciate prima: ora so chi sono, ora so dove sono, ora so dove sono diretto.
… Magari potessi, magari fosse vero.
E anche quest'anno è finita.
La prima dello spettacolo è stata un successo, la replica un po' meno, ma io sono contento comunque.
E credo di aver compreso una nuova cosa.
Fare teatro mi diverte ma non è qualcosa che vorrei fare per tirare avanti, almeno per quanto riguarda la recitazione. Indubbiamente mi aiuta in tante cose e non smetterò di fare teatro, ma continuerò a farlo senza alcuna pretesa quando mi capiterà l'occasione.
Detto ciò, credo di essermi innamorato. Di Sufjan Stevens.